<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%> Grifi
da Conversazione con Alberto Grifi, “Filmcritica” n. 256, agosto 1975, pp. 231-234

“La prima parte del materiale è caratterizzata dal tentativo di far ri recitare ad Anna certi momenti del suo vissuto, sulla base degli appunti che avevano preso Massimo e Roland, come per esempio il primo incontro di Anna e Massimo a piazza Navona, girato con la pretesa di farlo sembrare "vero".

La passività critica con cui la regia ha ereditato la tecnica cinematografica borghese, insieme alla sua ideologia falsificante, questo tentativo di ricostruzione, almeno nella prima parte del film, volendola spacciare per improvvisazione, questo sceneggiato, questa ipoteca sul vissuto di Anna, è resa leggibile dal momento che riguardando criticamente il materiale abbiamo deciso di lasciar vedere, per usare ancora una volta un modo di dire da cinematografari, ciò che succedeva "prima del ciak e dopo lo stop": si vede benissimo che ciò che si voleva girare era in aperta contraddizione con ciò che era realmente vissuto. Anna aveva ben altri problemi che stare a girare un film, e per di più un film come ce lo immaginavamo noi; anzi, per dire meglio, Anna era assai diversa, e per sua fortuna, da quello che noi volevamo che fosse. Anna voleva amore, non pietà”

da Anna, Adriano Aprà, ciclostile di presentazione di Anna alla Biennale di Venezia, 1975

“Dopo aver visto Anna di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli si può affermare che il cinema verità, come esperienza complessiva, è morto; e che questo videotape segna l'inizio, se così si può dire, di una nuova «arte»; Anna costituisce l'approccio più convincente e produttivo con un nuovo mezzo, il videotape appunto, che il cinema-verità non ha fatto che anticipare, ipotizzare, sognare, ma entro i limiti categorici di un altro mezzo, il cinema, che in qualche modo veniva forzato nelle sue possibilità.

Il videotape, o almeno quello esemplare di Grifi, distrugge realmente la frontalità cinematografica, l'opposizione tra occhio che filma e realtà filmata. Opposizione che nasconde, per quanti sforzi si siano fatti in direzione contraria, la struttura gerarchica della troupe cinematografica, e la funzione - assolta , a vari livelli di controllo e dominio dell'immagine ripresa che essa assolve.
In Anna si forma un cerchio, gli «autori» sono parte della realtà ripresa, ne subiscono le pulsioni, con esse fanno «corpo». Sicché il nastro ci racconta tanto ciò che avviene agli «altri», quanto ciò che avviene all'occhio-corpo che si manifesta gestualmente attraverso la telecamera”


da Anna se ne va, Enzo Ungari (a cura di), “Gong”, n. 1, gennaio 1976 pp. 36-37. Intervista ad Alberto Grifi

“Ci sono milioni di Anne nel mondo. Le incontriamo ad ogni passo e nessuno le vede. Andiamo al cinema per esorcizzare Anna, per NON superare le contraddizioni davanti alle quali Anna in carne ed ossa ci mette, e che sono le nostre contraddizioni.
Finché Anna è applaudita come immagine al cinema e messa in galera nella realtà, il cinema non sarà molto diverso dalle galere e dai manicomi del sistema. Separato dalla realtà, il cinema aiuta a ricostruire nella nostra mente di spettatori le sbarre della prigione, a instaurare in noi la stessa miopia schizoide senza scelte dell'ideologia dominante; si finisce per preferire alla festa rivoluzionaria della vita, la rappresentazione impotente della realtà falsificata”

Alberto Grifi, in Il cinema contro di Alberto Grifi, a cura di Roberto Silvestri, pubblicato da Anteprima per il cinema indipendente italiano, Bellaria, 1993, p. 37

“Alla biennale di Venezia, mentre proiettavano Anna, Stefano veniva tenuto fuori dal cinema dalla polizia perché era ubriaco e urlava le stesse cose che dice, da ubriaco, nel film. Nel cinema il pubblico applaudiva la sua immagine mentre lo faceva cacciar fuori dalla sala perché in carne e ossa disturbava. Quegli spettatori impegnati (il cui impegno è quello di essere spettatori) che vanno al cinema per vedere i matti al manicomio (per dimenticare di essere alienati sociali) o carcerati in galera (per dimenticare di essere prigionieri nelle città), non sono molto diversi dai questurini che guardano un film come uno schedario da far coincidere con gli identikit, con il solo interesse di incriminare qualcuno. Applaudendo Anna al cinema e lasciando al manicomio Anna nella realtà, ecco che quegli spettatori finiscono per tramutarsi in questurini”

Riccardo Rossetti, Occhio espressionista, Filmcritica n. 273 da “Anteprima per il cinema indipendente italiano”, Roberto Silvestri (a cura di), 1993, pp. 42-43.

“In Grifi c’è una scommessa sull’occhio biologico, che tende a sfumare i significati, i loro contorni contingenti, l’informazione sembra destoricizzarsi, il volto umano si dissolve in macchia: la realtà non è più la stessa. L’informazione suo malgrado diventa espressione”

Umberto Eco, Verifica alle porte, da Il romanzo sperimentale, Feltrinelli, 1965

“Quando in un film si apre una porta deve uscire qualcuno; se non esce allora deve nascere il sospetto di un fantasma, come può avvenire in un film con Christopher Lee Se questo qualcuno esce, poi, bisogna vedere dove va, ed è impossibile che una volta uscito non sia ancora uscito. Questi sono principi psicologici normali che regolano la lettura di un comune film western o di un film scandito secondo modalità tradizionali dell’intreccio. Quando, come in Verifica incerta, la porta si apre e non esce nessuno, poi si riapre, poi appare ancora chiusa, quindi si vedono persone già uscite, infine queste persone escono di nuovo, in teoria c’è una spezzatura di un sistema di aspettative, di attese, di risoluzioni che fa sì che lo spettatore si ritrovi improvvisamente in una situazione di shock, in una situazione di crisi. Però ci siamo accorti (se adesso rianalizziamo le nostre sensazioni del momento), che tutto questo rispondeva ad un nostro sistema di aspettative rigenerato. Noi non rimanevamo affatto scioccati dal fatto che il personaggio uscisse quattro volte, anzi alla seconda volta cominciavamo a desiderare che il gioco si ripetesse per la terza”

Roberto Silvestri in Il cinema contro di Alberto Grifi, a cura di Roberto Silvestri, pubblicato da Anteprima per il cinema indipendente italiano, Bellaria, 1993, p. 11

“in Anna, Grifi coglie con anticipo e con angoscia, ma non senza ironie speranzose, la fine di una gnerazione che va alla sconfitta (a testa altissima e pancia, allora, piena)”